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Our thoughts and impressions about life...

La Rollei 35

By Maria Marrella

La Rollei 35

La Rollei 35 è un vero e proprio gioiellino, me ne sono innamorata appena l’ho vista, non poteva lasciarmi indifferente. Una macchina cosi’ minuta da tenersi sul palmo della mano, forse una delle più piccole mai fabbricate ma completa di ogni aspetto tecnico, da renderla una macchina fotografica ben costruita e ben progettata. La cosa che mi ha colpito è stato, oltre alle sue dimensioni, la sua esteriorità che non mi ha lasciato per nulla indifferente. Ho  iniziato subito a documentarmi su questa piccola meraviglia che avrei voluto subito avere nelle mie mani per poter iniziare a sperimentarla. Devo dire che mi colpisce di una macchina fotografica non solo le caratteristiche che la rendono una macchina affidabile ma anche l’idea del progetto, di chi l’ha costruita, di chi ha deciso di disporre determinate cose in un certo modo, da renderla bella e particolare, diversa, se vogliamo dire, dalle altre macchine. Questa Rollei 35 ha tutto questo che vi ho appena elencato, ed è per tale motivo che è una delle macchine preferite della mia modesta collezione.

 Vediamo un po’ la storia di questa Rollei 35.


Siamo negli anni 60 quando la Rollei cerca di superare la crisi, dovuta ad una serie di dinamiche scaturite, come ad esempio la mancanza di innovazione nei modelli realizzati.Per risollevare l’azienda si decide di investire su nuovi esemplari, adeguandosi in qualche modo alle richieste del mercato di allora, cercando con l’assunzione di elementi giovani e dinamici di orientarsi verso modelli più attuali e anche più competitivi. Così nascono ben 31 nuovi prodotti, tra cui la piccola Rollei 35. Queste nuove decisioni risulteranno positive, anche se molto dispendiose per l’azienda, ma i risultati saranno presto evidenti. La nascita della Rollei 35 é opera di Heinz Waaske, un progettista di grande esperienza e sarà lui ad intuire un mercato per le piccole fotocamere che lo porterà al progetto della Rollei 35. Il successo della Rollei alla fine degli anni 60 è palese, le cose migliorano nettamente ed anche il fatturato sale alle stelle. Le situazione quindi ritornerà sulla giusta via e l’allarme crisi sembrerà  superato. Rimessa a posto la situazione interna, adesso la Rollei spera e mira a migliorare nel mercato estero, cercando di vincere la competizione con le macchine giapponesi, molto più economiche ed abbordabili rispetto alla Rollei. Inizierà proprio dagli USA, dove la vendita dei prodotti Rollei è curata dalla Honeywell Inc. Photo Products Division, con dei prezzi però troppo alti rispetto a quelli fatti per la concorrenza giapponese, così decide di spostare una parte della produzione a Singapore, credendo che fosse proprio la manodopera tedesca uno dei problemi da risolvere. Il trasferimento a Singapore spiega perché su alcune Rolley 35 si trova la dicitura “Made by Rollei Singapore”. Sono vari i modelli realizzati dagli anni 60 agli anni 80 tra Germania e Singapore, con più o meno qualità exstra. Di tutti questi modelli io personalmente ho scelto di acquistare la Rollei 35 dotata di ottica Tessar 40/3,5.

Vediamo alcune caratteristiche tecniche della piccola Rolley 35.

 Vi parlerò della mia Rollei 35 (Singapore 1971-1974) che monta un obiettivo Zeiss Tessar 40 mm f3.5 a  4 lenti con un otturatore a lamelle Compur. Come abbiamo detto le sue dimensioni la rendono davvero una macchina direi tascabile, comodissima per il reportage, molto leggera, pesa meno di 400g, ed è lunga meno di 10cm, alta  6 cm e con uno spessore poco più di 3 cm. Ha una forma rettangolare e compatta con gli angoli leggermente arrotondati.

La parte frontale è costituita da un obiettivo rientrante, basta infatti per aprirlo premere il pulsante posto sul tettuccio. Quindi davanti vedremo tre grandi dischi, di cui uno centrale più grande, appunto l’obiettivo, e ai due lati un disco che indica i tempi che vanno da 2 sec a 1/500 con anche la posa B, in più un piccolo dischetto per ricordare quale tipo di pellicola stiamo usando.

L’altro cerchio posto simmetricamente in posizione apposta, è usato per l’impostazione del diaframma e per indicare l’Iso della pellicola.

La messa a fuoco è incisa su l’anello frontale dell’obiettivo,la quale viene regolata in base ai metri di distanza dal soggetto che vogliamo rappresentare.

Sempre nella parte  frontale, ma sul lato destro in alto, troviamo il mirino decentrato.

sul lato opposto al mirino, un piccolo foro per far arrivare la luce all’ esposimetro. La scritta Rollei 35 dal colore nero è incisa a contrasto sulla parte grigia. 

Sul tettuccio troviamo due pulsanti, uno per aprire e chiudere l’obiettivo, l’altro è invece il pulsante di scatto, il quale molto silenzioso la rende ideale per foto da reportage. Poi vi è una levetta per la carica della pellicola ed una finestrella con l‘ago dell’esposimetro.

 La parte inferiore della macchina è costituita dalla staffa  per il flash, il contapose automatico e la leva per il riavvolgimento della pellicola. Al centro vi è un piccolo foro per montarla su un treppiedi, ed infine una levetta per lo sblocco del dorso e del fondello, che vengono completamente asportati per caricare la pellicola 35mm. La pellicola in questa macchina monta sul lato opposto a come si usa farlo solitamente. 

Infine la facciata dedicata allo scatto è costituita dal mirino decentrato e da una leva per riavvolgere.

 Possiamo dire di aver terminato la descrizione estetica di questa Rollei 35.

Caratteristiche in sintesi:

– tipo fotocamera = fotocamera compatta

– Messa a fuoco = manuale

– Mirino = Mirino decentrato

– esposimetro = presente

– Sensibilità = 25- 1600

– tempi meccanici= Posa n (da 2 sec a 1/500) + posa B

– Flash = Opzionale .

– Autoscatto = No

– Avanzamento pellicola = manuale

– Formato pellicola = 24×36 mm

– Dimensioni= 10×6×3 cm

– Peso= 400g.

– Otturatore = centrale a lamelle

Sul campo

La Rollei 35  sul campo si comporta abbastanza bene e con risultati che non hanno niente da invidiare a delle macchine più grandi, certo ha i suoi limiti, poi stiamo parlando sempre di una macchina di dimensioni molto ridotte, ma vi assicuro che l’esito è più che soddisfacente.

 È particolarmente indicata per chi vuole fare street photography, in quanto la comodità di tenerla in una mano non è poco. E’ davvero maneggevole basta impostare correttamente tempo e diaframma, che grazie all’esposimetro incorporato, sarà ancora più veloce da impostare e stabilita la messa a fuoco siamo pronti per scattare.

Pro:

a) Maneggevole, cosi’ piccola da stare in una mano.

b) Scatto veloce e silenzioso

c) Adatta allo street photography

Contro: 

a) L’obiettivo non si estrae proprio velocemente

b) Se abbiamo una Rollei 35  con obiettivo tessar, non è molto luminoso, parte infatti da f 3.5

c) La messa a fuoco a stima metrica non permette di fare facilmente foto di azione, se la stima non è corretta si perde di messa a fuoco appunto.

P. S.

Di solito se non si è certi della distanza conviene tenersi sempre con un diaframma chiuso, questo ci permetterà di lavorare più facilmente con soggetti in movimento a discapito però della luminosità se siamo in ambienti chiusi ( quindi molto più adatta all’esterno per chi come me non si sente sicuro della messa a fuoco a stima metrica) mentre per l’esterno basterà tenere chiuso il diaframma e tenersi più bassi con i tempi, In questo modo avremo le nostre foto luminose e a fuoco. E allora che dirvi, vi lascio qui sotto qualche foto che ho  scattato con questo piccolo gioiello.

 il mio consiglio è di  non avere dubbi su questa macchina fotografica, ma anzi se potete aggiungetela alla vostra collezione e buon occhio nel mirino!!!

La nascita della fotografia

by Maria Marrella

La scoperta della camera oscura e il suo utilizzo non significò aver scoperto la fotografia, il cui significato è dal greco  foto ( luce), grafia ( disegno), ovvero disegno di luce. Come abbiamo visto finora si era riuscito a proiettare l’immagine però non ancora a trasferirla definitivamente su un supporto, ed è quello che si cercò di fare attraverso vari esperimenti e mediante l’uso di diverse sostanze chimiche. Furono tanti gli studi e furono tante le occasioni indagate, quindi un percorso lungo e ricco di interessanti tentativi ed osservazioni, come ad esempio nel Medioevo, dove alcuni alchimisti si erano accorti che facendo riscaldare il cloruro di sodio, ovvero il sale da cucina, con l’argento si creava un composto di colore bianco che al buio rimaneva bianco ma che diventava nero appena veniva esposto alla luce solare. Nel 600 si pensava che a creare questo effetto fosse l’aria e non la luce, si dovrà arrivare all’italiano Angelo Sala per capire che a dare questo  risultato fosse proprio il sole. La stessa cosa avvenne anche con altre sostanze come lo ioduro d’argento, l’asfalto ecc… Quindi si iniziò a capire che attraverso la luce si potevano impressionare le immagini ma non fissarle. Era quello che adesso cercavano di fare i chimici del 700 e tra le varie sperimentazioni importanti vi è quella del tedesco Schulze, il quale creò un composto che era fondamentalmente  nitrato d’argento che reagiva alla luce del sole diventando nero.

Thomas Wedgwood

Nell’ 800 l’inglese Thomas Wedgwood, si mise a sperimentare il nitrato d’argento e iniziò ad immergerci dei fogli di carta e dei fogli di cuoio. La cosa che notò fu che una volta posizionati gli oggetti sopra questi fogli alla luce del sole si annerivano,  mentre dove vi erano posizionati gli oggetti rimanevano bianchi. Questo effetto si manteneva solo se ben custoditi al buio, visibili solo per pochi attimi con una luce labile, perche’ appena a contatto con un chiarore più forte tendevano ad annerirsi completamente.

fotografia di wedgwood

Siamo in piena rivoluzione industriale e l’invenzione della fotografia è stata uno dei trionfi della rivoluzione industriale. Non fù un caso che le tre scoperte fondamentali avvennero proprio tra la Francia e la Gran Bretagna, dove si cercò di sostituire le abilità manuali con la tecnologia. Si voleva arrivare ad impressionare l’immagine, questo significava una fusione tra fisica, chimica e arte. Questa avvenne anche grazie a tre scoperte importanti avvenute nel giro di pochi anni.

  •  la gelatina sensibile
  •  il dagherrotipo
  •  il metodo negativo positivo

La gelatina sensibile fù opera di Niépce  che si interessò a trovare una sostanza che si potesse impressionare in maniera perfetta e che durasse nel tempo.  Niépce scrisse al fratello di un nuovo esperimento che aveva realizzato, egli definì questa nuova tecnica eliografia. L’esperimento consisteva nel cospargere  una lastra di peltro con il bitume di giudea, poi lo coprì con l’incisione del cardinale. Il risultato fù che dove la luce riuscì a raggiungere la lastra di peltro attraverso le zone chiare del disegno fecerò reagire il bitume, che indurendosi non poté essere eliminato dal successivo lavaggio con olio di lavanda. La parte rimasta scoperta venne scavata con dell’acquaforte e il prodotto finale poté essere utilizzato per la stampa.  I suoi esperimenti continuarono per anni e arrivò ad utilizzare la camera oscura per catturare paesaggi, come quello che era riuscito ad impressionare dalla finestra, la più antica fotografia esistente. Era il 1826 quando Nièpce la realizzò, l’esposizione alla luce fu molto lunga circa 8 ore. Il risultato non fu molto preciso anche a causa della luce solare che ruotando nella lunga esposizione, produsse delle ombre irreali.

Vista dalla finestra a Le Gras la prima fotografia realizzata l mondo
Vista dalla finestra a Le Gras

Immagini migliori si ottennero su supporto in vetro, che permise di realizzare eliografie più definite. Dopo tanti anni di esperimenti con varie sostanze era riuscito a realizzare la prima fotografia. Quindi da una lastra di peltro spalmata di bitume di giudea e dopo 8 ore di esposizione era venuta fuori la prima immagine. Era un’immagine positiva, ma era la prima fotografia al mondo ad essere realizzata.

Louis-Jacques-Mandé Daguerre un chimico fisico artista francese
Louis-Jacques-Mandé Daguerre

Nel 1827 Niépce si incontrò con Daguerre, un pittore francese di scarsa fama, con il quale decise di iniziare una collaborazione. Dopo un periodo di collaborazione a Daguerre capita un giorno di lasciare un cucchiaio di legno su un foglio di carta imbevuto di ioduro di sodio, quando andò a riprenderlo notò immediatamente la precisione dell’immagine che aveva lasciato quel cucchiaino appoggiato su quel foglio impregnato di ioduro di sodio, in questo caso capì che lo ioduro di sodio reagiva alla luce. A questa si aggiunse un’altra scoperta sempre avvenuta per pura casualità. Durante una giornata piovosa e nuvolosa, Daguerre prese le sue lastre esposte sul davanzale della finestra per riporle nell’armadio, dopo qualche giorno riaprì l’armadio e vide con suo stupore che quelle lastre immerse nello ioduro di sodio erano rimaste intatte al buio, questo risultato l’aveva ottenuto lasciando le due lastre esposte per 15 minuti. Nel giro di poco tempo capì che ciò che aveva fissato definitivamente l’immagine si trovava all’interno dell’armadio, ovvero dei vapori  di un recipiente di mercurio. Quindi Daguerre era riuscito a comprendere come fissare le immagini in modo permanente. Per quanto riguarda la fotografia egli arrivò a ridurre il tempo di esposizione da 8 ore a 20 minuti, un grande passo in avanti.

dagherrotipo
dagherrotipo

Daguerre inventò non solo la fotografia ma anche la prima fotocamera ovvero il Dagherrotipo. Lo realizzò con l’aiuto del fratello, che lo creò materialmente. La fotocamera era composta da due casette, una grande anteriore e una posteriore piccola che scorreva avanti e indietro per mettere a fuoco l’immagine. L’interno era rivestito di velluto nero per evitare infiltrazioni dall’esterno. La fotocamera  pesava ben 50kg compresa di accessori come l’obiettivo fisso in vetro ed ottone da 38 mm. Il disco a vite era usato come diaframma con un’apertura tra f/11 ed f/15, quindi non molto luminoso.

Il Dagherrotipo venne diffuso in tutta Europa, il marchio ne garantiva la qualità. La prima foto scattata con dagherrotipo è una immagine di grande bellezza, dove per la prima volta apparivano  raffigurate delle persone e la stessa immagine si presentava sia in positivo che in negativo. Essendo un’esposizione lunga si puntava a fotografare più soggetti immobili, come paesaggi sia artistici che naturali.

foto con dagherrotipo di daguerre
immagine con dagherrotipo

Il dagherrotipo si espanse in lungo e in largo, da pittori che erano passati alla più semplice dagherrotopia e da dagherrotopisti che lo portovano in giro per le feste, facendo conoscere questa grande invenzione, Riuscirono a vendere più di 2000 macchine, quindi una vera e propria attrazione per tutti quelli che potevano permetterselo.

 William Fox Talbot
William Fox Talbot
caffebook.it

Tra i padri della fotografia spicca un altro nome, quella dell’ inglese Talbot, il cui intento era quella di trasportare il mondo materiale sulla carta attraverso la luce. Nel giro di due anni riuscì nel suo intento e fissò un’immagine sulla carta. Riuscì’ a ridurre il tempo di esposizione a circa 8 secondi. Chiamò questa tecnica «calotipia»,, processo dal quale si poteva ottenere un’immagine positiva da una negativa, quindi si potevano ottenere molte copie positive da un negativo, con la carta e i sali d’argento  di Talbot si otteneva un negativo bastava poi rifotografare il negativo ed ottenere un positivo.

tecnica di calotopia di tablot

Quindi si deduce che la fotografia non ha un unico inventore ma sono tante le esperienze ed esperimenti che ci hanno portato alla fotografia analogica di oggi . Di conseguenza la fotografia non è legata ad un’ unica invenzione ma furono proprio l’insieme delle varie scoperte a farci ottenere la fotografia analogica come la intendiamo noi oggi.

FONTI

  • Tom Ang – Photography. Il libro completo sulla storia della fotografia
  • Wikipedia – Storia della fotografia
  • Nikonschool.it-Viaggio nella storia della fotografia

Tutto ciò che serve per realizzare una camera oscura

Per poter iniziare questo percorso la prima cosa che ci serve è proprio una stanza al buio, come il bagno di casa o il garage ancora meglio, io personalmente ho attrezzato il mio garage bloccando con teli ogni spiraglio di luce proveniente da porte e finestre.

L’ unica fonte di luce deve derivare dalle lampadine rosse, che vanno poste ad una certa distanza per evitare che si possa velare la carta. E ‘sempre meglio usare più di una lampadina per avere una buona visuale e potersi muovere liberamente, io ne ho applicate ben quattro in diversi punti della stanza, sempre mantenendo una corretta distanza.

Passiamo all’arredamento della nostra camera oscura, ovvero i piani di lavoro necessari per disporre tutti i nostri oggetti ed attrezzature, che devo dire sono davvero tanti. Allora possiamo dividere  i nostri piani di lavoro in due sezioni, una parte umida e una parte  asciutta, per quanto riguarda quest’ultima io ho usato una scrivania abbastanza spaziosa con cassetti per riporre i vari accessori come carta, filtri, penne, forbici ecc. Su questo piano di lavoro ho disposto il mio ingranditore, un Durst m700, il marginatore, e una piccola lavagna luminosa per pellicola.

Il reparto umido invece è dedicato allo sviluppo della carta e al lavaggio della pellicola e delle stampe. Qui depositeremo tre bacinelle, tre pinzette ed un termometro.

La nostra camera oscura dovrà essere ben ventilata, in modo da permettere un riciclo dell’aria ottimale, se non è possibile installare una ventola, è comunque importante avere delle finestre per permettere il ricambio dell’aria. Una volta scelta la stanza giusta e sistemato le varie cose, occupiamoci di tutte le attrezzature necessarie per stampare le nostre foto.

Iniziamo proprio dall’attrezzo più importante e anche quello più costoso, ovvero l’ingranditore, io uso un Durst m700 , un ottimo compromesso tra qualità e prezzo, è infatti un ingranditore di fascia media, ma devo dire che mi sono sempre trovata bene. Il proiettore che cos’e’? non è altro che un proiettore del negativo sulla carta. All’interno è presente una lampadina da 60W o 150W, uno specchio con una lente detto condensatore di luce, il quale permette di diffondere in maniera uniforme la luce sul negativo. Sotto il negativo troviamo un soffietto per la messa a fuoco. Su un lato e’ posta l’ asta verticale che ruotando una manopola permette di ingrandire e ridurre l’immagine secondo il proprio bisogno. Nella parte dedicata alla lente è possibile inserire i diversi filtri utili per aumentare o ridurre il contrasto.

Una nota di attenzione in più va data agli obiettivi del nostro ingranditore, che dovranno essere di ottima qualità e con  buona luminosità.

obiettivo per ingranditore camera oscura

Occupatoci dell’ ingranditore vediamo anche tutti gli altri oggetti che andranno a completare la nostra camera oscura. 

Le bacinelle  conterranno i bagni utili per sviluppo, arresto e fissaggio. Le  dimensioni dovranno esser sempre un po’ più grandi della carta che utilizzeremo, per facilitare al meglio il movimento della carta.

bacinelle camera oscura

Le pinzette sono utili per spostare la carta da una vaschetta all’altra, se ne trovano in commercio di vari tipi per esempio quelle in legno di bambù, con una gommina alle due estremita’ per evitare di graffiare la carta, oppure quelle in plastica. Personalmente preferisco quelle in plastica di dimensioni un po’ più grandi, in quanto hanno uno spazio nella parte dietro che permette un appoggio ottimale alle bacinelle, evitando cosi’ l’inconveniente di ritrovarsele spesso nelle bacinelle, il che renderebbe l’operazione di sviluppo più complicata.

La chimica che andremo ad usare  sarà composta da sviluppo, che serve a far scaturire l’immagine, lo stop o arresto per bloccare lo sviluppo, ed infine il fissaggio che come dice la parola stessa fissa l’immagine. Sono tanti i prodotti di qualità in commercio, io ho preferito optare per un KIT ECO, dove lo sviluppo è composto da acido ascorbico, lo stop da acido citrico e il fissaggio da acido acetico.

chimica camera oscura sviluppo fissaggio arresto

caraffe, bottiglie e cilindri  non possono mancare nel nostro elenco. Le bottiglie di plastica contengono la nostra chimica, mentre le caraffe ed i cilindri vengono usati per la misurazione dei nostri liquidi e per mettere agevolmente tutto ciò che serve nelle bottiglie.

Il termometro  verrà posto all’ interno delle bacinelle per controllare la temperatura dei nostri bagni, la quale deve essere sempre intorno ai 20 gradi circa. Dovrà essere un termometro in vetro ed ad alchoo al non al mercurio.

La carta da stampa va tenuta con molta cura al buio, quindi è il caso di tenerla in un cassetto al buio, ce ne sono di  varie misure, io stampo spesso con il formato 13×18 e 20×24. La carta può essere politenata a baritata, quest’ultima e’ la migliore, essendo però più costose delle altre consiglio di usarle per lavori di qualità. Il supporto di queste carte è costituito da un mix di elementi come lino, cotone, legno di pino,  pioppo oppure castagno. Il loro nome deriva dal fatto che lo strato tra carta ed emulsione è composto da solfato di bario (barite), che essendo molto bianco è quello che determina i bianchi puri, tipici di queste stampe. L’emulsione d’argento viene fissata al supporto cartaceo con una colla fatta di gelatina animale con dei leganti di origine sintetica. Nelle carte politenate l’emulsione d’argento viene stesa invece su un supporto di plastica, queste carte hanno una resa inferiore rispetto alle baritate per profondità e ricchezza nei toni.

carta da stampa

Lente d’ingrandimento e lavagnetta luminosa vengono usati per controllare la qualità del negativo come la messa a fuoco e la nitidezza.

Focometro serve per guardare il negativo dal piano del marginatore e mettere a fuoco. Con il focometro, che è una lente d’ ingrandimento, si riesce a vedere la grana e quindi a fare una regolazione del fuoco precisa

focometro per la messa a fuoco

Il marginatore  va ad incorniciare la fotografia creando quei bordini  bianchi che danno alla foto una maggiore perfezione estetica, con le sue lame movibili permette anche di tenere ben ferma la carta durante l’esposizione alla luce dell’ingranditore.

Cronometro o Timer questa è un altro piccolo ma fondamentale oggetto che non può assolutamente mancare nella nostra camera oscura, in quanto andrà a scandire i secondi in cui terremo la nostra carta sotto l’ingranditore, il timer o  orologio invece e’ fondamentale per controllare i minuti in cui terremo la nostra stampa nei diversi bagni..

cronometro

Tank di sviluppo si tratta di un contenitore in plastica a tenuta di luce che ricorda un barattolo, all’interno è presente una o due spirali in plastica, nelle quali si va ad avvolgere la pellicola per poterla sviluppare.

tank di sviluppo e bobbina

changing bag  di solito viene usata per cambio rullino, io la uso per evitare di andare in camera oscura, con questo sacco infatti è possibile sistemare alla luce del giorno il negativo all’interno della tank senza far filtrare la luce. 

Possiamo dire di aver terminato il nostro elenco per poter realizzare  una camera oscura in casa, una volta concretizzato il tutto non ve ne pentirete, quel posto magico diventerà un luogo in cui guarderete come  nasce una fotografia e posso assicurarvi che sarà un’esperienza bellissima. Certo non arrabbiatevi se all’inizio le prime esperienze saranno un po’ imprecise nei risultati, non è sempre facile riprodurre ciò che avete immaginato durante lo scatto, bisogna solo insistere e insistere, vedrete che quando compariranno i primi risultati rimarrete estasiati da ciò che avrete davanti ai vostri occhi. Parola d’ordine quindi costanza per imparare, passione per spingervi sempre al di là dei vostri limiti. Armatevi quindi di queste due virtu’ e buona camera oscura!

Riferimenti :

  • fotografare in Digitale.com.
  • Pagine Gialle casa Magazine
  • italian film photography
  • Wikihow

LE ORIGINI DELLA CAMERA OSCURA

LA CAMERA OSCURA

Le prime origini della fotografia sono legate alla cosiddetta camera oscura , parte importante nella macchina fotografica e parlando di fotografia non si può non raccontare questo punto di partenza, che è alla base della macchina fotografica.
Ma prima ancora, partiamo dal presupposto che tutto nasce dall’ esigenza dell’ uomo sin dall’ antichità di ricopiare la realtà , questo per svariati motivi, ma nel corso della storia umana questa esigenza è sempre stata presente, come i graffiti nelle caverne che raffiguravano animali, scene, utensili e altro; quindi per svariati motivi nel corso della nostra storia si è sempre cercato di immortalare gli attimi della nostra vita . Il principio della camera oscura è molto antico, alcuni addirittura ipotizzano che l uomo primitivo potè osservare il fenomeno ottico della luce passando attraverso un foro delle pelli che coprivano la caverna , riproducendo l’ immagine al contrario sulle pareti , un esempio è raffigurato nelle grotte di Lascaux in Francia , si vede infatti un cavallo capovolto ; questa tesi però presenta delle incoerenze dato dal fatto che il soggetto forse è in realtà caduto a terra , per la raffigurarzione delle orecchie all indietro, e non per effetto della luce.

Risultati immagini per camera oscura grotta di lascaux

Pertanto le ipotesi e le storie sulla camera oscura possiamo dire che partono da lontano, il concetto lo si ritrova anche nell opera del filosofo cinese Mo-Ti del V sec. a.c. , dove descrive un immagine capovolta in una camera buia, creata dall effetto dei raggi solari che fluiscono attraverso un’ apertura . Passano pochi decenni per ritrovare lo stesso principio descritto in un opera di Aristotele risalente al IV sec. a.c. , dove descrive di essere riuscito a vedere un’ eclisse di sole raffigurata su una parete di una stanza buia.

Risultati immagini per camera oscura storia

Passeranno mille anni prima di arrivare al filosofo, matematico e astronomo arabo Alhazen e al suo trattato di ottica, dove descriverà dettagliatamente il fenomeno ottico dell’immagine capovolta e della camera oscura. Il nome “camera oscura ” lo ritroviamo per la prima volta nell’opera ” Il seguito del Vitellione ” di Giovanni Keplero per indicare proprio una stanza o una scatola buia con un piccolo foro, detto stenopeico dal greco stenòs, stretto, e opé, foro. Attraverso questo foro i raggi solari dei soggetti illuminati si incrociavano e davano origine all’immagine capovolta sulla parete opposta, più il foro era stretto più l’immagine era nitida ma meno luminosa. Anche l’astronomo francese Guglielmo di Saint-Cloud utilizza la camera oscura per le sue ricerche , come lo studio della posizione del sole, della luna e degli altri pianeti. Nel 1515 Leonardo Da Vinci paragona la camera oscura all’occhio umano definendola appunto occhio artificiale, spiegando attraverso il principio della camera oscura vari fenomeni ottici, come il capovolgimento dell immagine, simile al sovvertimento che avveniva nell’ occhio umano.La camera oscura in quegli anni venne utilizzata oltre che da studiosi e scienziati anche da artisti, utilizzando l’immagine capovolta sulla parete come riferimento per realizzare i loro disegni e dipinti; infatti si potevano copiare fedelmente dei dipinti su un foglio appeso alla parete. Con il passare del tempo quindi si inizio a cercare mezzi che migliorassero l’immagine proiettata, nel 1550 Girolamo Cardano ottenne questo, ponendo una lente convessa davanti al foro della camera oscura, rendendo l’immagine più nitida e dando inizio all’utilizzo dei primi mezzi lenticolari e alla prima forma di obbiettivo. Pochi anni dopo , nell’opera Magia Naturalis di Giovanbattista della Porta, si parla di un apparecchio con lente e specchio per riflettere l’immagine raddrizzata sul piano orizzontale superiore. Siamo davanti al principio della reflex. Con gli anni la camera oscura veniva sempre più riveduta e perfezionata, Keplero utilizzava una tenda per spostarsi e fare rilievi topografici, bisogna aspettare il 1685 per una camera oscura portatile creata dall’inventore tedesco Johann Zahn ,ovvero una camera oscura reflex, di piccole dimensioni da poter essere portata in giro da artisti e tenici con al suo interno uno specchio posto a 45° che consentiva di raddrizzare l’immagine sul vetro smerigliato, dove appoggiando un foglio si potevano riprodurre i paesaggi ripresi. Dunque siamo al raggiungimento di una certa perfezione nella proiezione delle immagini ma non ancora alla possibilità di fissarle automaticamente su un foglio. Si inizierà pertanto negli anni avvenire al raggiungimento di questo obbiettivo.

Risultati immagini per camera oscura storia

locchionelmirino

La Rolleiflex

 

Il nome Rolleiflex è spesso usato per

riferirsi alle fotocamere biottiche
reflex tedesche TLR (Twin Lens Reflex)
prodotte a partire dal  1928. L’ idea
della Rolleiflex nacque da due ex
dipendenti della Voigtlander: Paul
Franke e Reinhold Heidecke: i due
interpretano la richiesta già presente
nel mercato dal 1800, ovvero creare
una fotocamera con due obiettivi,
uno per le riprese e l’altro per la
composizione dell’inquadratura, per
evitare il continuo scambio tra
portalastre e vetro smerigliato. La
biottica infatti già esisteva nell’800
ma era poca pratica nell’utilizzo, e
nonostante la pubblicità non riuscì
a decollare. Erano per la più fotocamere
da studio con il soffietto, anche se

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La Yashica

   La Yashica                                       

Dopo la nascita’ delle biottiche reflex Rolleiflex e dopo il grande successo ottenuto in quegli anni a queste si susseguirono altre biottiche, alcune di elevata qualità come la Minolta e altre come la Yaschica MAT 124 G e MAT LN. Sia la Minolta che la Yashica possiamo considerarle come le uniche

in grado di tener testa alle mitiche rollei. La Yashica MAT LM è considerata quella di maggior prestigio delle biottiche Yashica. E’ una macchina realizzata in metallo molto solida e imponente. I comandi sono disposti in maniera comoda per permettere un utilizzo semplice e veloce.

Al centro dei due obiettivi sono poste le due rotelline che servono per regolare tempi e diaframmi. L’obiettivo e’ con lente a tre elementi Yashinon con una focale di 80mm, diaframma e iride con apertura da f-3.5 a f. 22. Esposimetro con cellula al selenio, quindi non necessita di batterie. Inquadratura con mirino a pozzetto e con mirino sportivo. Messa a fuoco di tipo TTL su vetro smerigliato. Un altro modello della casa Yashica è la MAT 124 G, l’ultima prodotta dalla casa giapponese tra il 1970 e il 1986, come tutte le biottiche è dotata di due obiettivi: quello superiore che rimanda l’immagine al vetro smerigliato e’ un Yashinon da 80 mm che viene usato per la visione, quello inferiore e’sempre un Yashinon f-/ 3.5 con una focale di 80mm, questo viene invece utilizzato per la ripresa, ed è una perfetta clonazione del Tessar, se non fosse per il contrasto di qualità inferiore, cosi’ come un trattamento antiriflesso inferiore che va a creare dei flare in controluce. La macchina e’ abbastanza leggera pesa infatti 1 kg circa ed è completamente in latta, ma molto robusta e ben fatta in ogni dettaglio. Nella macchina è possibile montare sia una pellicola 120 mm 6×6, scattando 12 fotogrammi che una pellicola 220mm sempre 6×6 per 24 fotogrammi.

Vediamo  com’è formata un po’ piu’ nel particolare. Possiamo dire che e’ abbastanza simile alla Matt LM se non per qualche differenza; la parte superiore è composta dal mirino a pozzetto con lente d’ingrandimento per controllare al meglio la messa a fuoco, anche qui è presente il mirino sportivo, esattamente come l altra biottica della casa Yashica. Sempre nella parte superiore troviamo due finestrelle,

parte superiore della macchina fotografica

dalle quali è possibile leggere sia l’esposizione corretta data dalla lettura dell’esposimetro, e sia l’ ISO selezionata che va da 25 a 400. Nella parte inferiore è presente una rondella che permette di accedere all’ la pellicola, dal centro della rondella l’attacco per il treppiedi.

La parte frontale e’ e costituita dai due obiettivi Yashinon con ai lati le due rotelle, dalla cui rotazione è possibile regolare tempi e diaframma, in basso a sinistra si trova il per la scatto, con possibilità’ di bloccarlo e la filettatura per uno scatto remoto..
Al di sopra della scritta MAT 124 g. c’è l’esposimetro, funzionante con batteria.

Nella zona laterale destra abbiamo una levetta

l’avanzamento della pellicola e il conte pose visibile in alto nell’estremità destra.

La facciata sinistra è composta da una manopola per la messa a fuoco manuale, visibile anche dal movimento in avanti e indietro del  corpo macchina frontale. Le due rotelle poste all’ estremità del lato sinistro, accanto alla manopola della messa a fuoco, servono per l’inserimento dei rocchetti della pellicola. In fondo a destra invece è possibile inserire la pila il funzionamento dell’esposimetro.

CARATTERISTICHE:

-tipo fotocamera = Medio fermato TRL

-Messa a fuoco = manuale

-Mirino = a pozzetto

-Esposimetro = si

-Sensibilità = 25-400

-otturatore = centrale e lamella

-Tempi meccanici = POSA N ( da 1 sec.

a 1/500) posa B

-Flash = si

– Autoscatto = si

-Avanzamento pellicola: manuale

-Formati = 12 pose o 24 pose (6X6)

-Dimensioni = 14, 8 × 10,1 × 7,7cm

-Peso = 1100 kg

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La Rolleiflex

La Rolleiflex

Il nome Rolleiflex è spesso usato per riferirsi alle fotocamere biottiche
reflex tedesche TLR (Twin Lens Reflex) prodotte a partire dal  1928. L’ idea
della Rolleiflex nacque da due ex dipendenti della Voigtlander: Paul Franke e Reinhold Heidecke, i due interpretano la richiesta già presente nel mercato dal 1800, ovvero creare una fotocamera con due obiettivi, uno per le riprese e l’altro per la composizione dell’inquadratura, per evitare il continuo scambio tra portalastre e vetro smerigliato. La biottica infatti già esisteva nell’800 ma era poca pratica nell’utilizzo, e nonostante la pubblicità non riuscì a decollare. Erano per lo più fotocamere da studio con il soffietto anche se non mancarono quelle portatili, ma pur sempre ingombranti e scomode da portare dietro. Le dimensioni perciò diminuivano sempre di più fino ad arrivare alla nascita nel 1928 della Rolleiflex ad opera dei due ex dipendenti tedeschi, che unirono nella stessa fotocamera qualità e praticità. La nascita della Rolleiflex è legata alla loro prima macchina la Heidoscop, una fotocamera che riprendeva alcune caratteristiche della Stereflekstoskap della Voigtlander, costituita da tre obiettivi, due per la ripresa e uno per la visione.


La Heindoscop quindi era una stereoscopica dotata di tre ottiche.
Quando poi le venne applicato il rullo
per pellicola nacque la Rolleidoscop

(1926), poi si arrivò nel 1928 alla
Rolleiflex, che fu l’unione della

Stereflek e della Heidoscop-

Da tre le ottiche divennero due, l’impostazione in verticale fu un’altra nuova caratteristica di questa biottica. Venne recuperato anche il sistema
di messa a fuoco a cassette scorrevoli della Stereflek. Quindi da questo connubio nacque una delle fotocamere piu’ apprezzate e ricercate ancora adesso. Nel 1928 il successo fu’ immediato sia tra i professionisti che tra gli amatoriali, per più di 30 anni fù la fotocamera dei fotografi da cerimonia. L’ impercettibilita’ dello scatto, la velocità della manovella, e la robustezza la resero una macchina fotografica molto imitata come ad esempio la Yashica una delle migliori imitazioni. Non solo venne molto usata come fatocamera da reportage, la silenziosità la rendeva uno strumento ideale per le foto da strada. La pellicola usata poi nel formato 6 X 6 la rendeva molto amata dai professionisti per la qualità della stampa degli ingrandimenti.

Vediamo tecnicamente com’ è fatta


La prima cosa che vediamo è il mirino a pozzetto, grande quanto il fotogramma stesso, quindi una composizione dell’inquadratura facile e comoda. Si vedono anche i due obiettivi, il soggetto viene  osservato sul vetro smerigliato. Diaframmi e tempi vengono gestiti da due manopole poste al centro tra i due obiettivi, sul lato destro una levetta provvede contemporaneamente al ripristino dell’otturatore e avanzamento pellicola, mentre il bottone posto sul lato sinistro serve per la messa a fuoco.

Questo modello della Rolleiflex venne prodotto per quarant’anni in vari prototipi. Ecco alcuni modelli nella foto in basso

La prima Rolleiflex
Immagine correlata
rolleiflex wide
Rolleiflex T